| La passione si sente, al Teatro Guanella (TEATRIMILANO.IT) |
|
|
|
| Scritto da Amministratore Campo Teatrale | |
| domenica 04 ottobre 2009 | |
|
Assistendo allo spettacolo messo in scena venerdì sera al Teatro Guanella di Milano, possono tornare alla mente le parole del pay off di Radio 24 ore: "La passione si sente". Perché è proprio questo l'aspetto che a pelle risulta più evidente: la passione esercitata e manifestata nel volersi esprimere con questo testo poco noto e tuttavia che ha tanto da raccontare. E la passione poi risulta essere l'unica riserva di energia a disposizione dei personaggi contro l'oceano-mare di paure quotidiane in cui navigano.
Franco, padre di famiglia e commesso viaggiatore, divide la sua meschina esistenza con la moglie, suo alter ego femminile, la figlia giustamente appartenente ad un altro mondo, lontana dalle meschinità familiari, ma decisamente prossima alle proprie, la suocera, eccentrica figura fuori dal tempo e l'amico di famiglia Aldo. Non c'è originalità nelle loro vite, sono l'esemplificazione del banale, ma la meticolosa regia di Caterina Scalenghe riesce, con semplicità a bloccare il tempo durante i tanti pensieri che si aggrovigliano nelle menti dei personaggi, lasciando loro il tempo di esprimersi perfetti, sinceri, veri, dando spazio a quell'universo che li rende unici ed empaticamente comprensibili. Lo sgretolarsi delle vite apparentemente lisce, costringe alla ribellione dalle paure i personaggi, che intraprendono la loro rivoluzione verso i loro sogni e le loro ambizioni, anch'esse squallide, ma per lo meno libere dalle paure.
E' una storia di speranza e di liberazione, molto necessaria in questi tempi. E' una storia che viaggia sul sottile filo del reale squallido, cercando di vederne le potenzialità e di non dar mai per scontato, avendo a che fare con l'essere umano, l'assenza di possibilità di vittoria. Siano pur vittorie di Pirro, siano pur illusioni tristi e vacue, ma questa storia parla della possibilità di fuga dalle proprie paure.
Nel complesso si ha una gestione pulita e razionale delle luci, semplici ed al tempo stesso precise (fatta eccezione per un piccolo guasto tecnico reso innocuo dalle abili mani del tecnico Domenico Cicchetti). La scelta musicale di Paolo Conte dapprima lascia perplessi, poi convince facendo da salvagente per riportare lo spettatore fuori dallo squallore grottesco delle vicende rappresentate. Azzeccatissima anche la scelta dei costumi e delle tonalità di scena. Unica pecca un allestimento eccessivamente povero, che non permette il giusto grado di scambio tra quanto avviene e quanto lo spettatore vorrebbe vedere. Piace la trovata geniale del gabinetto, come un angolo di beata solitudine, in cui i personaggi possono essere se stessi in maniera completa.
Donato Nubile è impeccabile, domina la scena con altruismo e con carattere, spinto da un appassionato bisogno di far sentire lo spirito dell'opera ad ogni spettatore, mastica il testo con personalità, adattandolo di volta in volta alla piega che prende lo spettacolo. Eccezionale Sveva Raimondi, nei panni della suocera: diverte, stupisce e crea riflessione, mischiando ironia e profondità, pur nei panni di un personaggio volutamente semplice ed ignorante. Probabilmente un eccessivo utilizzo di parti danzate ed un eccesso di teatralità esasperata possono disturbare, corrono il rischio di allontanare il senso del rappresentato, ma la scelta linguistica ricuce lo strappo e riporta lo spettatore nella giusta direzione. Nel complesso è uno spettacolo che merita di essere visto, si tratta di un raro esempio di contemporaneità non assurda e che apre una finestra interiore con le nostre paure, senza cadere troppo nell'ovvio e nello scontato. Un fantasma di Almodòvar aleggia su questo spettacolo.
Giano Daneluzzo
TEATRIMILANO.IT
|
| Pros. > |
|---|









